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Il parlamento può essere un’autovettura elettrica efficiente e silenziosa

Andrea
Cittadini del Senato, buon pomeriggio, avremmo potuto dire se fosse stato un giorno buono piuttosto che uno cattivo. Infatti questo decreto che ci apprestiamo a convertire ha avuto un iter così complesso e tortuoso che ci ha dato l’impressione di essere entrati in un porto delle nebbie. Abbiamo passato 25 giorni a studiare, ascoltare, emendare, valutare, votare emendamenti ed ordini del giorno con una serie impressionante di stop and go da far invidia ad una macchina ingolfata.
Quando eravamo fuori di qua ci è capitato spesso di descrivere il Parlamento come una macchina altamente inefficiente, come un carro armato che consuma quattro litri di carburante per fare un chilometro. Siamo entrati nel Palazzo con la ferrea intenzione di trasformarlo in un’autovettura che fa venti al litro o ancora meglio in un’auto elettrica efficiente e silenziosa, ed a questo dovremmo tendere; ma l’iter di questo decreto è stato quello dell’immersione in una melassa.
L’imbarazzo dei Presidenti delle Commissioni 8a e 13a la dice lunga sulla irritualità di percorso di un provvedimento che nasce dal Governo Monti e termina con il Governo Letta. Un Governo diverso che approva un provvedimento di un altro Governo sembrerebbe una cosa sui generis se non fosse che le forze politiche che sostengono i due Governi sono esattamente le stesse. (Applausi dal Gruppo M5S). Siamo di fronte alla continuità di un sistema che perpetua se stesso, a cominciare dalle più alte cariche dello Stato, per giungere all’approvazione di questo disegno di legge n. 576.
Perché i cittadini che siedono su questi scranni hanno perso la voglia di cambiare? Gli italiani ve l’hanno chiesto e voi non avete fatto altro che replicare voi stessi.
Perché non avete avuto il coraggio di accogliere le istanze di normalizzazione di un decreto-legge drogato da deroghe, proroghe, eccezioni per restituire un iter di ordinarietà ad un Paese stremato dal non rispetto delle regole?
È il mondo alla rovescia, cari colleghi: un mondo dove l’azione rivoluzionaria si attua rispettando le regole. Ecco, siamo diventati cittadini che camminano a testa in giù, sospesi al soffitto, ma nella convinzione di essere diritti sui propri piedi.
Dovremo iniziare a guardarci dal di fuori, dovremo iniziare a riprendere una visione sghemba. Come diceva il professor John Keating, dobbiamo salire sul banco per ricordare a noi stessi che dobbiamo sempre guardare le cose da un’angolazione diversa. È proprio quando crediamo di sapere qualcosa che dobbiamo guardarla da un’altra prospettiva. È questo il senso della nostra presenza in queste Aule: quello cioè di dirvi che dobbiamo pensare ed agire per cambiare lo status quo.
Fuori dal Palazzo la crisi sociale è fortissima e noi abbiamo il dovere di agire senza cincischiare; eppure nel decreto-legge in esame, detto delle “emergenze”, le spinte tra i parlamentari e il Governo hanno prodotto quasi una paralisi: Piombino, rifiuti di Palermo, depuratori della Campania, Expo, terremoto, insomma un fritto misto di problemi eterogenei.
Per l’Expo, ad esempio, si richiede di approvare una sospensione delle prerogative e della normativa dello Stato per consentire ad un unico soggetto, un commissario unico, e a tre vice commissari di gestire in totale autonomia e assenza di controllo i fondi necessari a realizzare una manifestazione paragonabile, per impegno di spesa e complessità, ad una olimpiade.
Così com’è, questo provvedimento noi non possiamo approvarlo, perché, cari cittadini del Senato, è un atto di resa incondizionata. Con questo decreto-legge noi scriviamo a caratteri cubitali e per l’ennesima volta che questo Paese non è in grado – e forse non lo sarà mai – di gestire una grande manifestazione con mezzi ordinari, programmando per tempo e costruendo un percorso condiviso con i cittadini. Quando abbiamo perso questa capacità? Non è dato saperlo.
Tuttavia, i miei amici del Movimento ed io abbiamo avuto una sensazione anche peggiore: la sensazione che in quest’Aula non si sia persa la fiducia nelle capacità degli italiani, semplicemente li si considera un ostacolo, un inutile orpello di cui si farebbe volentieri a meno. (Applausi dal Gruppo M5S).
Vedo che siete molto attenti. Vi ho appena detto che consideriamo i cittadini un orpello e non ve ne frega niente? Scusate il termine. (Commenti del senatore Centinaio). Complimenti per l’espressione, collega.
Questo perché i cittadini italiani non sono stupidi, sono persone generalmente di buon senso, che si fanno domande sensate, come ad esempio la seguente: perché l’organizzazione dell’Expo parte con enorme ritardo? Se l’Expo è tanto importante, se rappresenta un’occasione tanto irripetibile (sono parole già sentite in quest’Aula), perché non partire per tempo, coordinando gli interventi necessari alla riuscita dell’evento? Perché scegliere ancora una volta, dopo gli innumerevoli precedenti fallimentari, la strada della gestione commissariale? Perché è di questo che si tratta: di un’immensa gestione commissariale, una di quelle che, beninteso, la legge esclude categoricamente. Forse perché la torta da spartirsi è grossa e fa gola a molti? Lo chiedo a voi, ma non ci aspettiamo una risposta, e non se l’aspettano gli italiani, non più.
Avete persino riesumato la competenza della Protezione civile per i grandi eventi, che pure tanti danni ha provocato; vi siete inventati il commissario unico e gli avete dato un potere smisurato, per l’ennesima volta.
Può un commissariamento durare dal 1994? Tutti saremo portati a dire di no, ma è stato presentato in Commissione un emendamento, a firma del relatore, per la proroga della gestione commissariale di una serie di depuratori siti nella regione Puglia. È possibile che dopo vent’anni si continui a chiedere la proroga di un commissariamento?
Per non parlare poi della richiesta, proveniente da più parti, del superamento dei limiti legati al Patto di stabilità interno, che ha assunto nel 2012, durante il Governo Monti, sostenuto dalla stessa maggioranza che sostiene l’attuale Esecutivo, carattere costituzionale nella parte che precisa che gli enti territoriali, oltre che lo Stato, sono tenuti a concorrere ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea. Se gli stessi Gruppi politici che hanno inserito il pareggio di bilancio in Costituzione modificando l’articolo 119 adesso chiedono di poter utilizzare somme al di fuori delle regole che loro stessi si sono dati, con che faccia si presentano davanti a coloro che sono fuori dai Palazzi? Con quale coerenza?
Già, la coerenza: quella coerenza che si evince anche dal tentativo di inserire in un decreto-legge temi che sono estranei al corpo del testo, come ad esempio alcune norme riguardanti i dirigenti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, norme che non rivestono assolutamente il carattere dell’urgenza che deve caratterizzare tale genere di provvedimento. Nella scorsa seduta del 6 giugno un collega della Lega Nord ha detto: «Abbiamo fatto tutti finta, dal momento che contiene elementi importanti ed inderogabili, che vi fossero i presupposti costituzionali di necessità ed urgenza». Abbiamo fatto finta: è stato detto in quest’Aula.
Ecco, ancora una volta si porta il potere legislativo dal luogo che ne è il titolare, il Parlamento, al luogo che dovrebbe curarne l’esecuzione, il Governo. Questo per superare le lentezze del processo legislativo, dicono i più, ma in questo modo si tende sempre più ad esautorare il Parlamento delle sue funzioni primarie.
Già dalla stagione dei sindaci, cominciata nel 1993, si è andati verso l’accentramento del potere dagli organismi eletti a quelli nominati, le giunte comunali, con il conseguente svuotamento delle funzioni del consiglio comunale. A livello centrale sempre più si è fatto ricorso allo strumento della decretazione d’urgenza e i parlamentari si sono seduti comodamente senza ribellarsi. L’animo umano è fatto così: tende sempre a privilegiare la comodità piuttosto che la fatica, la via in discesa piuttosto che quella in salita. E così in Parlamento e in Commissione ci si limita ad alzare una mano e si è abbandonato il pensiero critico.
La capacità di lottare per il rispetto delle regole democratiche richiede fatica ed impegno. Richiede di essere una voce fuori dal coro. Richiede di dire, di gridare che una ragazza non può essere la nipote di Mubarak: uno dei momenti più degradanti dell’autonomia del pensiero.
Continuiamo così, con gli emendamenti presentati al decreto-legge in esame, a infilare in esso norme, regole ed argomenti estranei al solo fine di fare presto, al solo fine di soddisfare aspetti ed appetiti localistici.
Signori, se riuscissimo a riportare il focus di chi siede in questa Assemblea sui reali problemi delle persone, forse si potrebbe essere celeri nella valutazione e nell’approvazione dei disegni di legge e finalmente si riporterebbe alla normalità il sistema. Le deroghe che si continuano a fare sulla struttura legislativa sono anch’esse figlie di una logica da condannare, da eliminare. L’esercizio democratico è faticoso e non può essere esaurito dalla velocità con la quale si esaminano e si votano gli emendamenti e gli ordini del giorno e dalla lentezza con cui rimbalzano tra il Governo, la Commissione bilancio e la Commissione lavori pubblici.
In conclusione, egregi colleghi, pur apprezzando gli sforzi fatti per apportare miglioramenti e liberare risorse in favore dei terremotati dell’Aquila e dell’Emilia, dichiariamo il nostro voto contrario al provvedimento, augurandoci di non dover più partecipare a questa gara all’arraffo, a questa gara di esasperante lentezza. (Applausi dal Gruppo M5S).

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