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Lettera di un professore agli studenti, ai genitori, ai colleghi

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Mi ha scritto un docente e pubblico la sua lettera per una riflessione collettiva

Cari Colleghi vi invito a leggere cosa dice l’ Associazione Genitori A.Ge. Toscana al seguente link:

Quanto scritto dall’associazione dei genitori è allarmante. Lasciando da parte le imprecisioni contenute, l’articolo ci deve far riflettere. Queste opinioni dell’associazione, purtroppo, sono condivise da buona parte degli Italiani, quindi non mi meraviglia più di tanto se la cosa è condivisa dal nostro Ministro Profumo.

Per verificare quanto diffusa fosse l’opinione (dell’associazione) verso gli insegnanti, ieri mattina ho fatto un sondaggio fra gli studenti di una quinta , in modalità anonima. Ho chiesto ai miei alunni: ritenete che la media degli insegnanti italiani lavori oltre le 18 ore?

Su undici studenti presenti in classe la votazione è stata la seguente: 4 non hanno voluto partecipare al sondaggio, tre hanno detto categoricamente che gli insegnati non lavorano oltre le 18 ore, tre, invece, hanno risposto che lavorano oltre le 18 ore per poche ore , uno ha detto che non sa rispondere.

Certo la mia classe non è un campione statisticamente adeguato, però le loro risposte sono eloquenti.
Cari colleghi abbiamo sbagliato! Non raccontiamo mai ai nostri discenti cosa facciamo per prepararci la lezione, come se ci vergognassimo di ammettere che studiamo.

Non diciamo ai nostri ragazzi quanto tempo abbiamo impiegato per correggere e per preparare i loro compiti; non diciamo ai ragazzi quanto tempo abbiamo impiegato per parlare con un loro genitore e quanto tempo abbiamo dedicato per risolvere i problemi che questi ultimi ci hanno raccontato; non diciamo ai ragazzi quanto tempo durano i loro consigli di classe e soprattutto quanto tempo durano i loro scrutini né il tempo per preparare i lavori degli scrutini; non diciamo ai ragazzi quali altre riunioni abbiamo fatto e quanto tempo abbiamo impiegato per farle e così via.

La cosa più importante, forse, è che noi docenti dobbiamo finirla con la maldicenza e le critiche verso i nostri colleghi o il personale della scuola, come se noi fossimo gli unici salvatori della patria. Basta con la diffidenza sull’operato di un collega. Tutte queste cose si stanno ritorcendo contro noi stessi.

Tra di noi dovremmo fare quadrato. Bisogna finire, quando in un consiglio di classe qualcuno dice che i ragazzi vanno male o che sono indisciplinati contrapponendosi ad un altro, il quale dice che con lui vanno bene, oppure con lui i ragazzi sono educati. Questo docente che dice che le cose vanno bene nella sua ora non è un buon docente, perché questi dovrebbe preoccuparsi delle lamentele del suo collega e dovrebbe adoperarsi a rimuovere gli ostacoli di quest’ultimo.
Dobbiamo creare una strategia che tende ad unirci e non a dividerci, creare un clima di stima tale da essere disposti ad alzare la voce quando un collega ha bisogno di aiuto.
Dobbiamo essere solidali fra di noi, sia di fronte ai ragazzi , sia di fronte ai genitori, sia di fronte al Dirigente Scolastico. Quando un collega si sente stimato agisce positivamente, con pienezza d’animo e con costruttività.

Un collega che si sente stimato ed aiutato si sentirà in difficoltà qualora il suo comportamento potrà far cambiare la buona opinione di sé. Sarà disposto, in casi estremi, a venire a scuola anche se “sta morendo” pur di non creare disagi ad altri colleghi. Il bene è più potente dell’odio, dell’indifferenza, della gelosia. Sentirsi stimati ci fa fare le cose con piacere e non per dovere. Le cose fatte per dovere alla lunga, se non si è un Santo, portano alla disaffezione.

Con la bacchetta e con la puzza sotto il naso non si risolve niente.
I Dirigenti Scolastici, dal canto loro, non si rendono conto che se i docenti sono disprezzati dall’opinione pubblica, anch’essi, essendo i nostri capi, saranno disprezzati.
Vi chiedo scusa se vi sono sembrato “bacchettone” e poco laico. Ma non vedo come sia possibile, altrimenti, modificare l’opinione negativa che gli altri hanno sul lavoro dei docenti, se in primis fra di noi non c’è stima e solidarietà.
Ciao,
Salvatore

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